stripe decor
   

  Pietro Marino

 

 

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Un po' tardi, ma - come si dice - meglio tardi che mai. Parlo di Tonia Copertino, l'artista che con ostinata passione e ferrea umiltà si batte a Molfetta per promuovere non solo il suo lavoro, ma la cultura artistica nella sua città.

Per questo, dopo lunghe militanze in associazioni e gruppi locali, da un pò di tempo si è messa in proprio. Ha aperto uno spazio, una piccola ma nitida galleria, sotto l'egida di un'associazione da lei fondata, che si chiama Arte Immagine.

Ovviamente tutte le iniziative che tendono ad aggregare energie ed intelligenze nel Sud dell'individualismo e della dispersione vanno lodate. Anche se, nella gran parte dei casi, in realtà questi sodalizi si reggono sull'impegno di una sola persona o di gruppi ristretti. Magari legati da vincoli di parentela o affettivi, più garanti di continuità rispetto a comuni interessi culturali o professionali. Ma in mancanza di meglio, va bene anche così.

Occasione per parlare di Tonia Copertino e dei suoi amici è proprio una collettiva in corso nella sua galleria, titolo "Liber-azioni", a cura di Franco Spena (partecipa come artista). Vi partecipano sei autori, ma la parte del leone la fa - of course - lei. Ripropone alcune delle opere che da parecchi anni a questa parte qualificano il suo mondo: "libri d'artista" e tele che hanno per tema pagine, libri scaffali. Il connubio fra immagine e scrittura è motivato da intimismo autobiografico ma anche da emozioni di lettura (recente un suo intenso ciclo ispirato alle poesie "metafisiche" di John Donne).

Leit motiv di una pittura che persegue da tempo una via di "liber-azione" (appunto). Sino a sfiorare l'astrazione lirica, ma aggrondata su echi di informale. Giocata su densità di materia, colate di colore e collage, segno veloci, corsivi. Nei "libri" in carta di riso, con le paginette slabbrate e spesse, talvolta rapprese sino a non aprirsi (custodia di segreti come nei diari delle giovanette), si fa largo una oggettualità intrisa di senso tattile. Nei quadri prevale una figurazione povera, poche forme essenziali in colori terrosi o calcinati.

Un eccesso di pathos, se vogliamo. Echi di cultura affezionata a gestualità emozionali di vecchia data, ma vissuta con trasporto di partecipazione.